Foto concesse da Stefano Bressani

Nel suo lavoro riesce ad unire Arte, Moda e Design, nella ricerca di quella bellezza che pervade il nostro mondo.

Nato a Pavia, Stefano Bressani ha, da subito, dimostrato una spiccata sensibilità per la bellezza del mondo che lo circonda. Padre fondatore di una nuova tecnica, figlia di uno stile unico, l’Artista ha saputo far crescere con la propria dedizione ed il proprio amore l’identità artistica che contraddistingue il suo lavoro.

Questo “Sarto dell’Arte” riesce ad unire in modo estremamente intimo Arte, Moda, Design e Musica avvolgendoli nel calore della morbida stoffa. Il suo senso artistico si ritrova infatti nel rapporto che ha con la stoffa stessa; questa è storia, proveniente dagli abiti da cui è ricavata, è colore, costituisce una tavolozza da cui l’Artista attinge, è spessore materico, ma è anche calore che avvolge le sculture, ricavate da blocchi unici, in abbracci in cui nulla è cucito o incollato.

Questo è il “momento della vestizione”, che avviene come fosse un rituale, dove tutti siamo a conoscenza dell’importanza di questo gesto ma solo l’Artista ne conosce a menadito passaggi e tecniche. La spiccata sensibilità di Bressani per tutto ciò che di bello il nostro universo ha da offrirci, abbraccia anche il mondo degli animali (i cani in particolare) che ha coinvolto nel progetto “Palle d’artista”.
Ma lasciamo che sia Bressani stesso a parlarcene introducendoci nel suo ricco universo creativo…

Quali sono i tratti che contraddistinguono il suo fare artistico?
Amo contraddistinguermi per quella che chiamo “buona curiosità”, cerco con gli occhi ciò che colpisce la mia sensibilità, la bellezza, i colori della natura da sempre attirano il mio sguardo che corre, insaziabile fin dall’ infanzia.
La mia formazione tecnica diventa una ricercata artigianalità da tramandare ai posteri, forte della mia curiosità e quasi “sfacciata” libertà, mi sono spinto nella sperimentazione fino a farla diventare parte di me riuscendo così a raggiungere quella che non è una meta ma una tappa di riconosciuta maturità stilistica.

Quando è iniziato il tuo percorso artistico?
Inizio negli anni ’90 spinto dalla mia passione per Picasso e per la scomposizione dell’immagine, tecnica che negli anni accompagna la mia visione artistica e dalla quale è nato, nel 2015, il mio omaggio a questo grande nome dell’Arte, la mostra internazionale PICASSO RE LOADED.
Da subito, infatti, seguo linee e concetti estremamente confinanti con quelli ritrovabili nel periodo cubista di Picasso scoprendomi inconsciamente a tradurne e reinterpretarne immagini e sensazioni seguendo la mia esigenza di scomporre l’immagine e di riportarla mutata in forma, struttura e materia.

In che modo la tua poetica si è evoluta?
Negli anni ho intrapreso un percorso che va oltre l’azione, sebbene la tridimensionalità sia alla base delle mie Sculture Vestite, in un’evoluzione non solo di una forte pulizia stilistica ma anche tecnica. Una volta capito che ero l’unico a comunicare con questa forma espressiva ho deciso di mantenerla, di esserle fedele come lei lo era a me, scelta che col tempo mi ha ripagato.
Da sempre il chiodo è il simbolo che con fermezza costringe le incoerenze a convivere sulle mie Opere. La prima incoerenza ad emergere è stata lo sguardo, non ritratti anatomici ma cariche espressive, non ero io a guardare l’Opera, lei guardava me.
Il mio era un tentativo di entrare nello sguardo come una macchina fotografica, ma questo voleva uscire, e non esitava a farlo.
Andando avanti volevo indagare il legame con la realtà e la natura, sono sempre stato dinamico, insaziabile e ho avvertito l’esigenza di esplorare nuovi canali, da qui è nata la fantasia MALIUMBAS, bucolica, una “mia” natura che aspirava a muoversi tra Arte, Moda, Design.

Nel 2012 nasce lo studio e lo sviluppo della prima Opera realizzata in tessuto tecnico da esterno: OBELISKUS, esposto in mostra sull’Isola delle Rose a Venezia seguito da “Disaster Tree” (Museo dell’Auto di Torino) e SKULTOFLOWER (Venezia/Portofino/Los Angeles) un’Opera che inserisce un nuovo elemento tra le stoffe dell’Artista: l’acciaio COR-TEN, ad indicarne una nuova incoerenza di forma e di contenuti, divisi tra il ferro freddo e tagliente e la calda e morbida stoffa. Nel 2017 mi accade qualcosa: come uomo, abitante di questo pianeta decido di denunciare con coraggio, ma senza polemica, una condizione umana caotica e intrappolata: “KAOTIKA – Without Time” è un’opera che combatte per dare valore al tempo brandendo il bello dell’Arte in contrapposizione al brutto della guerra.

Cosa può dirmi della sua collaborazione con lo chef Davide Oldani?
Oggi, la collaborazione con lo Chef Davide Oldani coniuga la mia ricerca di materiali e la sua di ingredienti, da cui nascono nuove opere che parlano di Cibo e Cibi che parlano di Opere, lavorando con artigianalità e territorialità. In quanto Artista ho imparato ad unire i sogni alla praticità affinché diventi possibile l’improbabile. Chi ama la mia Arte viene accolto con un “Benvenuto sul pianeta delle Stoffe!”.

Una domanda relativa al suo progetto “Palle d’artista” con il quale dimostra la sua grande attenzione per l’universo animale, i cani in particolare…Può parlarcene?
Ho sempre amato moltissimo gli animali, che infatti sono stati al centro di uno dei miei primi progetti intitolato “Sguardi di artista”, per non parlare poi dei cani rappresentati in molte mie opere. Il progetto Palle d’artista è nato nel 2011 coinvolge il canile “Il rifugio” di Travacò Siccomario una località in provincia di Pavia.

In che senso coinvolge?
È un canile che a causa del suo stato fatiscente rischiava di chiudere. Allora mi è venuta l’idea di devolvere ogni anno parte del ricavato delle vendite di “Palle d’artista” a questa struttura. Dal 2012 mi sono appoggiato alla Lega Nazionale per la Difesa del Cane di cui il canile fa parte e ho deciso di realizzare annualmente delle palle (che poi sono delle minisculture) il cui tema riflette tematiche affrontate nel corso della mia ricerca artistica. L’idea è di realizzare con queste palle un albero di Natale contemporaneo che ricordi a tutti che fare del bene fa bene a se stessi e soprattutto agli altri. Ho voluto coinvolgere i cani in questo progetto perché sono parte integrante della mia vita…io infatti ne ho due, un bigol e un jack russel. La loro è una presenza costante nella mia vita e mi fanno compagnia anche quando creo.

 

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