Foto di Andrea Landini

Ricordo ancora quando a nove anni convinsi i miei genitori ad adottare un cucciolo di Labrador. I miei fratelli ne erano entusiasti, i miei genitori invece erano ancora scossi dalla perdita della loro amata Cocker Spaniel, una compagna che dai racconti ricevuti mi affiora alla mente come un cane modello.

Ricordo quando vidi e sorressi in mano per la prima volta quel batuffolo di pelo, delicato e indifeso. Ricordo l’affetto della mamma Labrador nei confronti della sua cucciola. Diana, così decidemmo di chiamarla, era un uragano, ha rosicchiato sedie, sbranato scarpe, era espressiva, affettuosa, intelligente, protettiva nei miei confronti in modo realmente incredibile. Dolce. Ci ha accompagnato entusiasta in ogni esperienza.

La mia giovinezza è passata con questa amica al mio fianco che mi è stata vicino fino ai primi anni universitari.

«Fissa il tuo cane negli occhi e tenta ancora di affermare che gli animali non hanno un’anima.» Victor Hugo.

Gli anni universitari, immerso negli studi umanistici, nella storica sede della Statale, in via Festa Del Perdono, il professor Sini e il professor Mormino, la mia crescita come filosofo fino al compimento di un percorso di studi scelto per passione e nel quale all’estrema razionalità del pensiero filosofico si è potuto unire il mio interesse e la mia sensibilità verso gli animali-altri, gli animali-non-umani. Ho avuto la fortuna di poter lavorare su qualcosa che mi appassionava, sia nella stesura della tesi triennale sia nel lavoro di compimento del biennio di specializzazione nel quale ho trattato il rapporto tra uomo e animale, e nello specifico quali possano essere i diritti degli animali nella nostra civiltà. Durante gli anni da studente mi sono avvicinato alla fotografia con grande passione e scrupolosa attenzione ai dettagli tecnici. 

Da quel momento non ho mai smesso di amare l’arte fotografica, approfondendola sempre di più e facendola diventare la mia professione.

Ogni giorno mi capita di pensare a quanto sia incredibile la possibilità di fermare il tempo. Al valore di un’immagine.

Ho 35 anni. Sono pochi, ma nemmeno pochissimi. Mi capita spesso di pensare alle situazioni e alle strade che mi hanno portato ad essere quello che sono. Alcune direzioni vengono scelte, in altre ti ci ritrovi. Voltando lo sguardo verso il percorso realizzato sembra però che tutto sia al suo posto, che tutto sia servito a rendermi quello che sono e che niente sarebbe potuto andare in alcun altro modo.

Dopo anni di lavoro come fotografo, dopo essermi affermato specializzandomi nel settore dei matrimoni e aver trovato una stabilità economica e un solido riconoscimento professionale, ho deciso di affiancare alla mia attività principale quella di un progetto nuovo, nato con la voglia di realizzare scatti che potessero unire le mie capacità tecniche, la mia sensibilità artistica e la mia passione per gli animali, in particolare per i cani.

La bellezza di un progetto che prende forza dalla passione e dal reale interesse creativo verso un obiettivo ben preciso sta nella sincerità dirompente di ciò che si realizza.

Nasce così Battiti di coda, la genesi di questo progetto può essere compresa partendo dall’analisi del nome: il rapporto tra uomo e animale è quasi un rapporto simbiotico, il battito del cuore del padrone viene metaforicamente scandito dal battito di coda dell’animale che scodinzola allegro.

Attualmente lavoro al progetto nei ritagli di tempo e nonostante ciò sto raccogliendo un numero inaspettato di richieste di servizi fotografici e interessanti riscontri positivi.

Cerco di fotografare l’animale nella sua bellezza e di rappresentarlo nel suo rapporto con il padrone. I miei scatti creano mondi, reali ma necessariamente filtrati dalla mie capacità tecniche e dalla mia sensibilità, cercando di arrivare a un risultato di equilibrio e grazia estetica.

Per questo numero vi propongo una foto alla quale sono particolarmente legato, è una foto di qualche anno fa, che feci al mio cane e che lo rappresenta al meglio.

Vi presento Sherlock, un Harrier Beagle acquistato insieme ad altri da un cacciatore delle colline parmensi e che si è ritrovato a vivere costretto in una stalla per un lungo periodo in quanto inutile al suo scopo: Sherlock infatti ha paura degli spari ed era destinato a una brutta fine.

Lo abbiamo adottato e non è stato semplice, ha l’indole del cacciatore e per di più non era mai stato abituato a fidarsi dell’uomo. È velocissimo, testardo, affettuoso ma non troppo, estremamente dolce.

È scappato innumerevoli volte. E innumerevoli volte lo abbiamo ritrovato.

Negli anni ci siamo capiti a vicenda e ora non ci pensa nemmeno a spostarsi dal suo lussuoso lettino locato in sala da pranzo di fianco al caminetto.

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